“Sono andata in bornout” – Pagine di diario di una HR

Prima di cominciare.

Scrivo questo articolo non per essere un’eroina né per generare compassione.
Semplicemente ritengo che:
° il bornout sia un tema del quale è importante parlarne, soprattutto in questo momento storico così particolare;
° sì, sono una consulente Risorse Umane che si occupa di Benessere del Personale e sono laureata in Psicologia del Lavoro, pure con il massimo dei voti.
Prima ancora, però, sona una PERSONA.
Una donna, appassionata, super committed con il proprio lavoro.

Ora posso cominciare a parlarne, grazie.


Signora, lei sa cos’è il burnout?”
Beh, certamente; mi occupo anche di questo“.
(un attimo di silenzio da parte di quella persona dietro la scrivania e con la mascherina) “Ok, allora posso dedurre che lei sia consapevole di essere finita in bornout…”
No, di questo non ne ero consapevole“.



Tutto comincia così, un mercoledì qualunque.
Qualunque mica tanto.
Era da circa una quindicina di giorni che avevo attacchi d’ansia prima di sedermi in scrivania o di cominciare dei webinar (sapete che la parola mi fa ancora venire i brividi?).
Finché non mi sono svegliata la notte di quel mercoledì urlando nel sonno “Basta!”.
Sognavo agende, sognavo che stavo incastrando degli impegni di lavoro, ricordo anche pezzi di riunioni.
Tutto confuso, tutto sovrapposto; tutto troppo.
Al punto che mi sono svegliata in apnea con una sensazione di estremo calore al cuore, dolore al braccio sinistro, mi tirava il collo, non riuscivo a respirare tanto meno a parlare, la vista era sempre più “appannata”: temevo di morire lì.
Avevo questa sensazione agghiacciante.
Mi sentivo sopraffatta dal mio corpo e paralizzata.

Ho capito dopo che avevo avuto un attacco di panico e, ragazzi cari, no non sapevo perché.
A me sembrava tutto normale. Non ne vedevo il motivo, perché quel mio modo di fare ormai, per me, era la normalità. Era giusto così.


Ma non era così: quell’attacco di panico era un’urlo del mio corpo che l’aveva capito prima di me che qualcosa non andava.
Come sempre, d’altronde il nostro corpo è la nostra principale vedetta.
O decidevo di cambiare.. o decidevo di cambiare.
Non c’erano poi molte alternative.


Ecco che il medico mi sbatte in faccia la parola bornout.
Una precisazione intellettuale: il burnout fino al 2019 non era riconosciuto come una “malattia professionale” dal ICD (International Classification of Diseas) dell’OMS; nella sua 11° revisione invece ecco che ne compare il suo inserimento.

Il burnout, dall’inglese “esaurimento/surriscaldamento”, è una sindrome da stress cronico da lavoro, caratterizzato da 3 componenti (riprendendo la suddivisione classica di chi ne ha coniato proprio il termine nel 1974 Herbert Freudenberger):

  1. Esaurimento emotivo: assenza di entusiasmo; motivazione e piacere svaniscono gradualmente.
    Quel lavoro che si amava tanto diventa una fatica, nel vero senso della parola.
  2. Deterioramento dell’impegno e assenza di motivazione. Non si recepisce più il fine ultimo del proprio lavoro; quel lavoro vissuto sempre come una vocazione oggi è associato a sensazioni di “ma chi me la fa fare?
  3. Problema di allineamento tra persona e lavoro. Sebbene si passi il 90% del proprio tempo lavorando non ci si riesce a concentrare o raggiungere con efficacia dei risultati.
    Difficoltà a pianificare e a rispettare gli impegni.
    Con il tempo, incapacità a gestire le pressioni che man mano si accumulano.

“Ma no Enrica, si saranno sbagliatiii, daiii! Sei sempre power sul lavoro”.
“Ma daaai, proprio tu noo!”

Questo è quello che le persone a me vicine mi dicevano e, posso dirlo, non mi era di consolazione, tutt’altro.
Perché continuavo a sentirmi sbagliata, continuavo a percepire delle pressioni, continuavo a sentire di dover rispondere a delle aspettative.


Come sono arrivata a questo?
Questa è una domanda che mi sono rivolta spesso perché la prima incredula ero io.
Ne ho cercato le cause perché volevo capire ed imparare:
° per evitare di ricaderci;
° per poter essere di aiuto ad altri che potevano essere nella mia stessa situazione.

Non esiste una causa univoca, come per tutti gli eventi psico-fisiologici di tale portata.
Sicuramente ci sono stati fattori interni e fattori esterni.


Faccio fatica ad identificare i fattori esterni: forse la misure di contenimento Covid-19? Forse il calo di lavoro che tutti abbiamo subito? Forse la trasformazione da aule “reali” ad aule virtuali?
Forse il fatto che non facessi un periodo di ferie di 4 giorni da oltre un anno?

Mi viene più facile identificare i fattori interni:
° la forte spinta a voler ripartire (proprio dopo quel Lock Down) mi ha portato ad accumulare circa 8-10 progetti di lavoro in contemporanea;
° la sensazione di non essere mai all’altezza, di sentirmi sempre in gara principalmente con me stessa; dovevo fare sempre di più, non bastava mai;
° il voler spostare l’asticella sempre un po’ più in là: i feedback positivi non li leggevo più, andavo solo alla caccia di ciò che non ha funzionato con me e con i miei collaboratori; ero iper critica e iper controllante;
° esistevo e mi valutavo solo in funzione degli altri e gli altri erano persone che ruotavano esclusivamente intorno al mondo del lavoro;
° il 90% dei miei discorsi e del mio tempo (weekend incluso) era dedicato al lavoro perché… “purtroppo sono indietro, amore capiscimi“;
° mi svegliavo pensando a cosa DOVEVO fare, andavo a letto consultando l’agenda per il giorno dopo;
° il mio lavoro mi toglieva energia, non mi restituiva più neanche divertimento.

Enrica come persona “intera” (per citare Massimo Bruscaglioni) non esisteva più; Enrica era solo “la professionista”.
Mi ero annullata nella mia interezza, svuotata nelle mie emozioni e sì, nelle mie passioni extra lavoro.
Amavo cucinare e non lo facevo più, amavo leggere ed erano quasi sempre libri di lavoro.

Il mio lavoro era diventato una gara.
E ora capisco perché il concetto del burnout ha origini nel mondo dello sport… dove a volte i risultati diventano l’unico obiettivo e ciò che ci fa vivere (o ci uccide) è proprio il sopperire la mancanza di qualcosa: il non sentirsi all’altezza o mai abbastanza.
E allora corriamo per sopperire questa mancanza.

Invece, nel lavoro possiamo prosperare quando abbiamo un obiettivo positivo verso il quale andare, non solo una tensione da colmare perché ci manca qualcosa.
Se corriamo solo per sopperire delle mancanze finiamo per non capire dove stiamo andando, corriamo e basta.
Finiamo per allontanarci dai nostri valori e dalle nostre motivazioni originali.

Finiamo per allontanarci proprio da lì, da dove tutto è iniziato.


Ci ho messo due settimane per tornare a lavoro.
I primi giorni ho continuato a condannarmi, a provare sensi di colpa per tutti i ritardi sul lavoro che stavo accumulando; come vedete, ero ancora nel loop.
Poi ho iniziato a tornare lucida: se il mio corpo aveva lanciato quell’urlo andava ascoltato.

E ho iniziato un percorso di auto-facilitazione, come faccio sempre quando sono in difficoltà.
Ho usato gli stessi strumenti che userei con i miei clienti, ma stavolta le domande e gli esercizi erano tutti per me.
Esistevo solo io.
Il tempo era solo per me.


Ho scritto tanto.
Disegnato tanto.
Riflettuto tanto con della buona musica.
Ho guardato il cielo, svuotando la mente, e son tornata a me.

Ho riscoperto i miei valori e sì, mi son detta dei sani (stavolta) “stupida, come hai fatto a perdere di vista tutto ciò? Il bello del tuo lavoro, il divertimento celato dietro la formazione esperienziale? La bellezza dell’aiutare gli altri?

Mi son data delle nuove abitudini ma prima ancora delle regole che avessero il sapore del mio, personalissimo, benessere e che rispecchiassero un sano equilibrio casa-lavoro ed una sana centratura su di me.
Ad esempio, ho iniziato a meditare, a darmi dei ritmi di lavoro più confinati e a pianificare il tempo a partire dagli hobby trascurati.

Ho rispolverato qual è il mio perché:
aiutare gli altri perché ho vissuto e toccato con mano certe situazioni.
Donare la mia esperienza e il mio sapere.
Dare, concretamente, una mano.

E il mio messaggio che dono, a voi, è questo:
se vi riconoscete un po’ nelle mie parole, se siete alla ricerca di una via d’uscita, ascoltate il vostro corpo e ripartire proprio dall’inizio.
Da capo.
Da voi, dai vostri valori e dalle vostre scelte.
E non è detto che possiate farcela da soli: alzate la mano e fatevi supportare in questo percorso.
Io mi sono auto-facilitata perché ad un certo punto Enrica professionista ha aiutato Enrica persona e lì è stato bellissimo; ma non ero completamente da sola, c’era una psicologa del benessere con me e altri amici del mio campo (beh, la mia cerchia è fatta da psicologi e professionisti del benessere).

Infine, vi dico un’ultima cosa.
E’ bella la passione.
Ma la passione deve farci risplendere, non bruciare fino a scoppiare.