La serendipità è scoprire qualcosa di non cercato o imprevisto mentre si stava cercando altro; fa un po’ riferimento alla sorpresa provata davanti all’inaspettato, perché non consapevolmente voluto.

Cosa sia la “serendipità” è ancor meglio spiegato in un famoso e divertente aforisma di Julius Comroe Jr: “la serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”. E’ un processo, assai comune anche nella vita quotidiana, che consente di giungere a scoperte inaspettate mentre si era intenti a pensare o a sperimentare in direzione diverse e con scopi non riconducibili direttamente a quanto realmente trovato. Il termine è concettualmente molto amato dai fatalisti; oggi vorrei provare a dare una valenza diversa a questa parola e lo farò attraverso la fiaba “I tre prìncipi di Serendippo” di Cristoforo Armeno. Buona lettura.

Fu anticamente nelle parti orientali, nel paese di Serendippo, un grande e potente re, nominato Giaffer, il quale ritrovandosi tre figliuoli maschi, coltissimi perché  educati dai più grandi saggi del tempo,  ma privi però di un’esperienza altrettanto importante di vita vissuta, decise, per provare, oltre alla loro saggezza, anche le loro attitudini principi di serendippopratiche,  di cacciarli dal regno: “Deliberò, per farli compiutamente perfetti, che andassero a vedere del mondo, per apparare da diversi costumi e maniere di molte nationi con l’esperienza quello che colla lettione de’ libri, e disciplina de’ precettori s’erano di già fatti padroni”. Durante il loro viaggio i tre fanno diverse scoperte, grazie al caso e alla loro sagacia, di cose che non stavano cercando. Da poco giunti nel Paese di Bahrām,  “potente imperadore”, i principi si imbattono in un cammelliere, disperato perché ha perduto il proprio animale. I tre non pur non avendolo visto, dicono al poveretto di averlo incontrato “nel cammino, buon pezzo a dietro”. Per assicurare il cammelliere gli forniscono tre elementi: il cammello perduto è cieco da un occhio, “gli manca uno dente in bocca” ed è zoppo. Il buon uomo,  ripercorre a ritroso la strada ma  non riesce a ritrovare l’animale. Il giorno seguente, ritornato sui suoi passi, incontra di nuovo i tre giovani e li accusa  di averlo ingannato. Per dimostrare di non aver mentito  i tre principi aggiungono altri tre elementi. Dicono: il cammello aveva una soma, carica da un lato di miele e dall’altro di burro, portava una donna, e questa era incinta. Di fronte a questi particolari, il cammelliere dà per certo che i tre abbiano incontrato il suo animale  ma, vista la ricerca infruttuosa, li accusa di avergli  rubato il cammello. I nobili singalesi, imprigionati nelle segrete dell’imperatore Bahrām,  affermano di aver inventato tutto per burlarsi del cammelliere ma le apparenze li inchiodano e sono così condannati a morte perché ladri. Fortunatamente un altro cammelliere, trovato il cammello e avendolo riconosciuto, lo riconduce al legittimo proprietario. Dimostrata in tal modo la propria innocenza, i tre vengono liberati non senza una adeguata spiegazione di  come abbiano fatto a descrivere  l’animale, senza averlo mai visto. I tre rivelano che ciascun particolare del cammello è stato immaginato,  grazie alla capacità di osservazione e alla sagacia. Che fosse cieco da un occhio era dimostrato dal fatto che, pur essendo l’erba migliore da un lato della strada, era stata brucata quella del lato opposto, quello che poteva essere visto dall’unico occhio buono dell’animale. Che fosse privo di un dente lo dimostrava l’erba mal tagliata che si poteva osservare lungo la via. Che fosse zoppo, poi, lo svelavano senza ombra di dubbio le impronte lasciate dall’animale sulla sabbia. Sulla spiegazione del carico i tre dissero di aver dedotto che  il cammello portasse da un lato miele e dall’altro burro perché lungo la strada da una parte si accalcavano le formiche (amanti del grasso) e dall’altro le mosche (amanti del miele); aveva sul dorso una donna perché in una sosta il passeggero si era fermato ai lati della strada a urinare, e questa urina era stata odorata da uno dei principi per curiosità,  venendo egli “assalito da una concupiscenza carnale” che può venire solo da urine di donna, aveva dedotto che il passeggero doveva essere di sesso femminile. Infine la donna doveva essere gravida, perché poco innanzi alle orme dei piedi c’erano quelle delle mani, usate dalla donna per rialzarsi a fatica visto “il carico del corpo”. Le spiegazioni dei tre principi stupiscono a tal punto Bahrām,  , che decide di fare dei tre dei tre giovani sconosciuti  i propri consiglieri. I tre principi in incognito offrono così i loro servigi all’imperatore, salvandogli anche la vita risolvendo situazioni difficili o prevedendo il futuro.”

WalpoleFu la “scoperta” della cecità dell’occhio destro che portò Walpole ad elaborare il concetto di Serendipity nel XVIII secolo; un episodio della storia di tre principi di Serendippo in cui essi mostravano la loro capacità di osservazione e trovavano alcuni indizi che non stavano cercando. A mio parere la serendipità non è fortuna ma è vigilanza, è frutto di un costante atteggiamento volto alla ricerca, è trarre da talune esperienze un valore altro rispetto a quello per il quale erano nate.  La serendipità, l’individuazione di qualcosa di non cercato ritengo che  richieda due elementi:

  • Utilizzo e allenamento continuo delle proprie capacità e competenze; questo ci aiuta a non farci scappare delle possibilità o a creare delle opportunità anche laddove non è previsto ci siano.
  • Ascolto attivo di noi stessi, nei nostri obiettivi e  nelle nostre intenzioni in continuo mutamento, affinché possiamo accogliere questa “sorpresa”.

Credi ancora al fatalismo o pensi che si possa alimentare un atteggiamento orientato alla serendipità?

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